Mansplaining: rispondere alle spiegazioni non richieste

Se volete trovare articoli di approfondimento sull’argomento, cercate in internet. Se volete sapere tutto su questo fenomeno sociale, leggetevi “Gli uomini mi spiegano le cose” di Rebecca Solnit. Non sono una sociologa né una psicologa: sono, come tante altre donne, una vittima di mansplaining. Ovvero quelle spiegazioni inutili, non richieste e soprattutto non necessarie che gli uomini si sentono in dovere di darci ogni qual volta si prenda un argomento un pelo più “tecnico”.

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No, non è semplice arroganza (vi rimando all’articolo di Bossy, che lo spiega meglio di me): è sessismo puro. Ma, ripeto, non sta a me fare disamine su questo tema. Io, come sempre, vi riporto le mie esperienze. E condivido con voi le mie incazzature.

L’uomo che attua il mansplaining (e sono in tanti a farlo, badate bene, anche i più insospettabili, spesso senza rendersene conto) viene tecnicamente etichettato sotto la categoria del “coglioncello”. Ben diversa da quella del coglione: un coglione vero è tutt’altra faccenda.

Un coglione vero è quello che ogni tanto ti porge gentilmente scuse campate in aria, quello che non sa scegliere fra te e un’altra (anzi, pardon: questo è uno stronzo), quello che se sei vegetariana ti offre ridendo di andare a mangiare alla nuova steak house di turno, per poi gonfiare il petto tronfio come un tacchino per la battutona da stand up comedian de noantri.

Un coglione vero, per intenderci, è quello che cerca di approcciarti con frasi trite e ritrite, quello che al tuo “sono impegnata” risponde con il sempre attuale “ma io non sono geloso”, quello che invia agli amici la foto del fondoschiena della tizia davanti a lui in metro (coglione e maschilista). Non di certo quello che mette in pratica il mansplaining. No, quello è un povero coglioncello. Molto spesso avvolto da insicurezze e fisime mentali che si porta avanti dall’infanzia.

Insomma, veniamo al mio coglioncello. Perché ce ne sono tanti in circolazione, ma ognuna di noi, specialmente al lavoro, si trova ad avere a che fare in particolare con uno.

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Il mansplainer se la studia bene la preda, prima di attaccare. Si aggira curioso fra le scrivanie in cerca della vittima perfetta: la più giovane, quella con disabilità, quella con un colore di pelle diverso (aspirazione massima del mansplainer), o anche la più potente, quella con ruolo dirigenziale più alto, quella con lo stipendio più sostanzioso. La più “debole” o la più “forte”: queste le prede ideali. La prima non ha bisogno di molte spiegazioni: si tratta, semplicemente, della più facile. La seconda, invece, viene scelta appositamente per essere umiliata. Perché guadagna di più, perché ha più potere decisionale. Perché, semplicemente, è più preparata. E il mansplainer questo proprio non lo accetta.

In questo caso, io faccio parte della prima categoria. All’interno del mio gruppo sono la più giovane, l’ultima arrivata, quella con meno esperienze lavorative e, lo dico senza tanti giri di parole, la più educata. Sì, perché nonostante la mia tendenza alle imprecazioni e i turpiloqui, io sono profondamente educata. Sono gentile (difficile a immaginarlo, ma è proprio così), timida (già, tutto vero), impacciata, alle volte – purtroppo – anche un po’ remissiva. E il mio mansplainer lo sa: oh, se lo sa.

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Il mansplainer in questione (sia chiaro, lui è solo quello di fiducia, ma ne conosco tanti altri) è sardo. Ma non un sardo qualunque. Lui è il detentore e portavoce dell’intera cultura sarda, il sardo di tutti i sardi, il sardo numero uno, l’esponente della Sardegna tutta. E dire che a me la cultura sarda fa(ceva) impazzire: adoro (amo follemente) leggere delle tante identità regionali dell’Italia. Mi appassionano i dialetti, le ricette storiche, le usanze, le tradizioni locali. E la Sardegna, non lo nego, è una delle regioni più interessanti di tutte. Così interessante da avere una lingua tutta sua, e non un semplice dialetto come noi poveri stolti. E poi, pane carasau (nella versione “frattau” con pomodoro è la mia rovina), sebadas (posso morire), fregola, coccoi (come fate a farli? Come?!), pardulas… devo aggiungere altro? Eppure, il mansplainer è riuscito quasi a farmela odiare.

Di fronte al mansplainer, è vietato nominare la Sardegna. E, scrivendo di cibo, mi capita piuttosto spesso (ricorderò sempre con gioia il giorno in cui ho scoperto l’esistenza di una roba chiamata pane ‘e cariga – o pane e ‘e mendula – un tripudio di calorie che non vi sto a raccontare). Scusate, mi perdo sempre in chiacchiere mangerecce. Dicevo? Sì, il mio mansplainer cagliaritano. Una delle ultime volte in cui si è espresso, si parlava di s’ozu casu, una sorta di burro chiarificato, un grasso preparato in passato con panna e l’aiuto della semola che, solidificandosi, separava la parte più consistente da quella più liquida, che veniva utilizzata per arricchire zuppe e paste (le alisanzas, per esempio, tipiche di Bosa).

Ecco, il mio mansplainer non sapeva di questo prodotto. Cercò su internet, si informò, ma niente da fare: non poteva accettare questa mia piccola vittoria. Doveva umiliarmi. Doveva “abbassare” il mio livello di conoscenza. Doveva, in qualche modo, ripristinare i ruoli.

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“Sì, okay, queste sono cazzate. Non si usa neanche più, sai quanti ce ne sono di prodotti dimenticati. Se ne menzioni uno, allora, devi parlare anche di tutti gli altri. Mia nonna, per esempio…”

Smisi di ascoltare. Il mainsplainer non si combatte con l’arroganza. Il fenomeno del mansplaining, al contrario, si nutre proprio di arroganza. Bisogna quindi contrapporsi con astuzia, indifferenza, intelligenza. L’ho ignorato, in quel caso, ma è stata una risposta efficace? Non credo.

Ho anche risposto, al mio mansplainer, sia chiaro. Più volte, senza mai alzare la voce, senza mai ricorrere a toni accesi. Con educazione e pazienza, ma anche tanta fermezza. Ho portato qui l’esempio meno significativo per riderci su e perché, oggi, non rappresenta più un disagio per me.

Ma il fenomeno esiste davvero ed è dannatamente fastidioso e umiliante. Per tanto tempo, mi sono sorbita le sue spiegazioni non necessarie (per non dire noiose), pedanti e prolisse. Mi sono sentita la lezioncina sul riciclo (non sa del mio blog, non sa del mio percorso zero waste: non sa nulla di me), sulla plastica (Tu?! A ME?!), sulla cosmesi ecosostenibile (“vedi, Michela, questa crema corpo che hai fatto sembra un po’ troppo grassa”. Mannaggia a me e a quando ho deciso di portarla al lavoro). Lezioni sulla cultura abruzzese (ho fatto fatica, in quel caso, a mantenere la calma). Lezioni di cucina, di pasticceria, di lievitazione. Lezioni di giornalismo “dopo vent’anni nel settore”, lezioni di comportamento “su, fallo un sorriso, se stai sempre giù le persone poi non si fanno una buona opinione di te”, lezioni di ordine “quanti giornali hai accatastati lì? Buttali, cosa dovrai mai farci”, lezioni di ambientalismo “non basta mica riciclare. Va bene ciò che fai, ma devi imparare anche ad acquistare prodotti migliori. Non farti fregare dalle aziende, sai alle volte tendiamo a pensare che dove ci sia un marchio ecobio…”. Lezioni di tutto, insomma. Ognuna di queste infarcita con aneddoti personali, racconti delle proprie esperienze passate, consigli a suo dire preziosissimi.

Poi un giorno, semplicemente, l’ho interrotto. E ho risposto.

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“Sai, Michela qual è il trucco per un’ottima crema pasticcera? Devi metterci sempre un po’ di…”

“Io seguo la ricetta che mi ha dato il maestro pasticcere Pinco Pallino. Grazie, Gianluca, ma è un procedimento infallibile. Anzi, prossima volta magari, se avanza, te ne porto un po’. Ma dubito fortemente che avanzi”.

“Ah sìsì, okay, bene”.

E si è imbarazzato. Leggermente, sia chiaro (i mansplainer non arrossiscono), ma era palesemente impacciato, forse per la prima volta con me. E qui torniamo all’introduzione: il mansplainer esercita una forma di sessismo, sì, ma è prima di tutto un coglioncello.

E noi dobbiamo imparare a rispondere, ai coglioncelli. Con il sorriso, con rispetto, anche con un pizzico di ironia, alle volte in maniera più tagliente altre più morbida. Ma dobbiamo rispondere.

Perché va bene tutto, caro il mio mansplainer, ma io non permetto a un coglioncello qualunque di venirmi a dire come si fa la crema pasticcera.

Olivia

4 pensieri riguardo “Mansplaining: rispondere alle spiegazioni non richieste

  1. Ecco, vedi: questa cosa la conosco – non solo il termine, ma soprattutto l’esperienza.
    Eppure, non abituata a parlarne (o comunque non abbastanza), càpita che un uomo (preferibilmente dalla mezza età in su, perché che vuoi che ne sappia della vita io 35enne?) mi faccia il discorsetto sapiente ed io, pur ribellandomi e intimandogli di stare al proprio posto, nemmeno pensi che è appena accaduta una scena “tipica”.
    La logica la riconosco, la rifiuto e la denuncio – ma non c’è niente come una consapevolezza più ampia, come ricordare con costanza a se stessi da quali stronzi dobbiamo difenderci, che ci salvi. Se non la reputazione sociale, almeno la dignità. ed è più importante.

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