Ansia pre-Londra: ai miei amici, a Paul McCartney, a me stessa

Come nelle migliori storie d’amore finite, non ho quasi nessuna foto di lei. Di noi. Non ne ho bisogno.

Ho avuto un rapporto difficile con la città. Non subito, ma verso la fine. E poi per tanto tempo a seguire, dopo il mio ritorno. Ma di questo ve ne ho già parlato qui. Ho impiegato più di due anni per rimetterci piede, dopo averla lasciata. Sono tornata da sola, come era giusto che fosse. Da sola me ne sono innamorata, da sola l’ho abbandonata, e da sola ci ho fatto pace.

IMG-3195

Quando qualcuno la nomina, comunque, difficilmente riesco a tenere a bada quella morsa allo stomaco. Ricordi, nostalgia, malinconia. Un senso di appartenenza ma anche un moto deciso di ribellione. Mi sento così, rispetto a quella che non faccio fatica a definire “la mia città”. Ma basta divagare. Londra, la mia Londra. Ci tornerò la prossima settimana, stavolta insieme a R. E ne sono felice: quando abbiamo prenotato i biglietti, per un istante, una piccola frazione di secondo, ho pensato che sarebbe stata dura, che sarebbe stato meglio andarci da sola, che forse non sono pronta a vivermela serenamente.

Ma la vita, alle volte, va lasciata scorrere. Occorre perdere il controllo, allentare la presa, farsi guidare. Continuo a dire a R. che gli farò vedere tutti i miei posti preferiti, che lo porterò in giro per quelle strade che mi hanno vista ridere, correre, urlare, piangere, ubriacarmi. Ma la verità è che non ho fatto nessun programma, non ho prenotato nessun ristorante: è giusto darle fiducia, alla mia Londra. Glielo devo. E quindi ho deciso che lascerò che sia lei a tracciare la strada, a indicarmi i passi da compiere, a stupirmi, come ha sempre fatto.

Vi ho raccontato della mia nostalgia per l’Italia, della mia crisi dell’ultimo anno, dei miei dubbi, della mia confusione. E l’ho raccontato a R., agli amici, ai parenti. E solo ora mi rendo conto che non ho mai parlato del bello della mia vita a Londra. E non è giusto perché, fidatevi, ce ne è stato tanto.

IMG-3024

Ci sono state tante corse, al mattino presto e al tramonto, lungo il Tamigi, nei parchi, nelle stradine alberate attorno all’alloggio universitario. C’è stato tanto teatro, al Globe soprattutto ma non solo, tanto alcol, tanti festini, tanto junk food. Tanto studio, tantissimi letture, non quante pagine scritte. Nei bar, in biblioteca, nelle caffetterie, nei ristoranti, nella mia cameretta, nei prati all’ombra di un albero. Ho scritto ovunque: sul mio taccuino, sui libri, sui tovaglioli. Una volta, in metro, ho scritto persino con la matita per gli occhi.

Ci sono state tante risate, tante sbronze, tanta musica, tantissimi film. C’è stata la nascita della mia passione per il cinema, trasformatasi ben presto in ossessione (c’erano volte in cui vedevo quattro film al giorno). Ci sono stati amicizie preziose e altre di compagnia; poche cotte, pochi appuntamenti, tante cazzate.IMG_7238

(Io e Paul)

Niente droga, pochissimo sesso, tanto rock ‘n roll. C’è stato l’incontro con Paul McCartney, quel giorno d’autunno in cui, come al solito senza un soldo, ce ne stavamo nell’alloggio a guardare film, bere tè con i digestive al cioccolato. E poi quel tweet di Paul, “concerto a sorpresa a Covent Garden”, Shawn ci dà l’annuncio e noi increduli iniziamo a correre. Abbiamo corso da Elephant&Castle a Covent Garden. Non ricordo se l’abbiamo fatto perché non avevamo soldi spicci per il biglietto, se eravamo troppo eccitati per pensare o se, semplicemente, ci sembrava il modo migliore per rendere giustizia a quel momento epico: fatto sta che, ogni volta che mi torna in mente quell’episodio, ringrazio il cielo di non aver preso l’autobus.

Abbiamo corso come mai in vita nostra, senza avvertire la stanchezza, senza dare peso al fiatone. Siamo riusciti a sentire le ultime tre canzoni. Shawn mi ha sollevato sulle spalle per vederlo più da vicino. Non ricordo quali brani abbia fatto, quante persone ci fossero. Ero in una sorta di bolla. Io e Shawn eravamo diventati immediatamente amici il primo giorno in cui ci siamo conosciuti principalmente per il nostro amore in comune per i cani, i film di Kubrick e i Beatles. Simon era uno dei più grandi conoscitori di musica mai conosciuti. Quel concerto era per noi tre.

Dopo l’ho visto, Paul. Mi è passato praticamente davanti. Le persone attorno a me urlavano, gridavano il suo nome, cercavano di richiamare la sua attenzione. Io ero la più vicina, ce l’avevo di fronte, eravamo faccia a faccia. E non sono riuscita a muovermi. Ho schiuso le labbra ma niente.

Forse, meglio così.

Ci sono stati momenti in cui giravo con una sterlina e poco più nel portafogli, e non me ne importava niente. Mi sentivo al sicuro, rilassata, protetta. Invincibile.

391867_10150416705640825_1270709014_n

Ci sono stati tanti spettacoli comici, tante serate in discoteca (per fortuna, una fase durata poco), nessuna maschera di Halloween. Tanti dolci, tanto cibo, tanta cucina. C’è stato il mio innamoramento per la gastronomia, pasticceria in primis. Ci sono stati notte in bianco passate a impastare, leggere, guardare film e documentari. Ci sono state sveglie all’alba, con gite al cimitero annesse, a Bunhill Fields, per andare a trovare Blake. Ci sono state lezioni indimenticabili e altre trascorse a scrivere o pensare ai fatti miei. Ci sono state storie inventate, inizi di racconti mai finiti, capitoli sparsi che devono ancora trovare un loro percorso.

C’è stato il perdono. Ho perdonato R. per avermi fatta soffrire, ho perdonato mio padre, mia madre, l’Italia, i miei amici. Ho perdonato me stessa, per aver sofferto così tanto, per essermi lasciata ferire così a fondo. Per essermi portata dietro quel bagaglio di insicurezze sempre più solido.

E c’è stato l’amore. Tanto amore.

Quello per R., che non è mai smesso. Neanche quando ho provato a uscire per la prima volta con Geoffrey, arrogante inglesotto con un pallino per le ragazze italiane che continuava a chiedermi di andare a mangiare il sushi insieme (invito più volte declinato), al quale ho ceduto dopo tante avance, ritrovandomi così in uno degli appuntamenti più strampalati e grotteschi della mia vita (di quella volta in cui venne ad aprirmi la porta della sua lurida cameretta universitaria con uno spicchio di pizza in mano, un rasoio nell’altra e metà volto coperto da schiuma da barba, ve ne parlerò un’altra volta. O forse no).

Ho amato R. mentre guardavo quel film con Geoffrey, contando i minuti che mi separavano dal ritorno a casa, sentendomi una cretina per aver accettato l’invito (anche se, lo ammetto, mi ha regalato uno degli aneddoti più divertenti da raccontare agli amici). L’ho amato quando poi l’ho rifiutato di nuovo, piangendo come una disperata mentre scrivevo quel messaggio “Scusa, non posso, non ce la faccio. Amo un altro”. L’ho amato e odiato ogni qual volta un ragazzo flirtava con me e io non riuscivo a godermi il momento.

L’ho amato quando, infine, ho superato il dolore. L’ho amato quando ho detto di non amarlo più, l’ho amato ogni volta che ho detto di essermi lasciata quella storia alle spalle. L’ho amato più che mai quando finalmente sono riuscita a riavere uno straccio di “relazione” (non decente, quello mai).

393589_10150416712455825_1552577409_n

C’è stato l’amore per me stessa. Finalmente libera di esprimermi, libera dai pregiudizi e dai preconcetti. L’amore per il mio corpo, per il mio aspetto, che mai come in quegli anni ho accettato e apprezzato così com’era. L’amore per me stessa, perché finalmente avevo smesso di competere, di dover dimostrare, di dover essere all’altezza. Perché io ero all’altezza. Un amore per me stessa che non mi ha evitato altre delusioni, dopo, ma che mi ha permesso di non farmi distruggere dalle critiche o gli abbandoni. Un amore che, come tutti gli amori grandi, quelli veri, mi ha resa più forte.

E c’è stato l’amore per l’Italia. Quell’Italia che conoscevo poco, che non sapevo di poter amare così tanto. L’Italia di cui tutti mi avevano parlato male, quella che chiunque mi raccomandava di dimenticarmi. L’Italia che non avevo ancora avuto modo di scoprire, e di cui mi sono innamorata come un’adolescente: irrazionalmente, totalmente, incondizionatamente.

E poi, naturalmente, l’amore per lei. Londra, la mia Londra. Quella che ho amato e odiato, che ho agognato e poi rifiutato, che ho criticato, insultato, abbandonato. Quella che mi è rimasta incollata dentro. La Londra che non mi sono mai voluta tatuare sulla pelle, per non dover dare spiegazioni. La mia Londra, quella più intima e sincera. Quella che non racconterò mai a nessuno.

Mi rendo conto di non essere stata chiara, di aver lasciato tanti buchi e punti interrogativi, ma concedetemelo. C’è stato così tanto bello a Londra che è impossibile metterlo nero su bianco. Però dovevo farlo.

Glielo dovevo.

E lo dovevo anche a me.

Olivia

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...