Note dal campo: l’agricoltura intensiva e i danni per l’ambiente

Essere vegetariani/vegani per l’ambiente ha senso? Sì, ma solo se lo si fa con alcune accortezze. Perché non tutta l’agricoltura è buona: così come esistono gli allevamenti intensivi, ci sono anche le colture intensive. Sono tantissime, proprio come gli allevamenti, e fanno male. A noi, ma soprattutto all’ambiente. Certo, negli allevamenti intensivi c’è il fattore della sofferenza, che nel caso delle piante viene a mancare, e che ci rende più sensibili all’argomento: ma se parliamo di danni ambientali, l’agricoltura intensiva ne fa (quasi) tanti quanto l’allevamento.

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(Capretta dell’allegria. Foto scattata in una fattoria, niente allevamento intensivo = capra felice)

È difficile paragonare questi due sistemi, e in parte sbagliato, ma cercate di seguirmi: l’allevamento intensivo impiega una quantità d’acqua smodata (fino a 3mila litri per produrre 1 kg di carne), senza contare l’uso di antibiotici, ormoni, metalli pesanti somministrati agli animali. Stessa procedura che avviene in agricoltura (per intenderci, stiamo parlando di quella industriale): viene effettuata per monocolture, ovvero coltivando un’unica specie vegetale su un’intera porzione di terreno, a discapito della tanto preziosa biodiversità. Via libera, poi, a fertilizzanti, concimi chimici e simili, e di nuovo uso massiccio di acqua. Il suolo ne risulta così impoverito.

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Lasciando per un secondo da parte la questione della sofferenza (atroce) degli animali, i danni a livello ambientale sono in entrambi i casi critici e quanto mai intricati.

Ben venga una dieta vegetariana, vegana o plant-based che sia (purché sia studiata bene a livello nutrizionale, se necessario con l’aiuto di un medico), ma a patto di porre attenzione anche agli altri aspetti della nostra alimentazione.

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Con questo non voglio invitarvi a smettere di fare la spesa al supermercato né ad acquistare solo da piccole aziende di nicchia. La quotidianità ha quasi sempre la meglio, lo so bene: emergenze, dimenticanze, distrazioni, ragioni economiche e pratiche ci portano spesso a cedere alla grande distribuzione o comunque a prodotti che di etico hanno ben poco.

Ecco, questo è il punto: che significato assume l’etica quando si parla cibo? Una parentesi che non apro ora perché merita un capitolo a parte. Ma cerchiamo di fare chiarezza: mangiare è un atto politico, e questa non è una mia opinione. Quando acquistiamo un alimento (proprio come quando compriamo un abito o un paio di scarpe), stiamo esercitando il nostro potere da consumatori. Un ruolo fondamentale e delicato, da ricoprire con estrema attenzione. Con le nostre scelte, determiniamo l’andamento del mercato. Sembra esagerato, lo so, ma è proprio così e dobbiamo farcene una ragione: siamo noi a fare la differenza.

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Si è parlato tanto di fast fashion, ultimamente, di sfruttamento dei dipendenti nelle aziende del tessile: ma quando compriamo quei pomodori a prezzi stracciati, ci chiediamo mai quanto siano stati pagati i contadini che hanno lavorato in campo? La maggior parte delle volte, purtroppo, si tratta di pochi centesimi.

Caporalato a parte (ma presto tornerò a parlarne, promesso), cosa ne è della questione ambientale? Per quanto tempo ancora potremo permetterci di deturpare, prosciugare, debilitare la terra? Quali sono le alternative all’agricoltura intensiva? Cosa c’è oltre al biologico?

Biodinamico, sinergico, organico e rigenerativo: sono tutti modelli agricoli da scoprire, parte del cosiddetto mondo dell’agricoltura naturale, che a sua volta si inserisce nel panorama dell’agroecologia. Ma questo, davvero, è un tema troppo complesso da scandagliare ora.

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(Polpette di pane vegetariane)

Sì, evitare di mangiare animali è una scelta saggia, anche per l’ambiente. Ma lo è altrettanto cercare di acquistare il più possibile da aziende serie, agricoltori che lavorano in maniera corretta e nel rispetto del territorio. Comprare prodotti locali, stagionali, provenienti da un’agricoltura che sia il più nobile possibile.

Va bene il biologico, ma sappiate che c’è molto di più nel mondo agricolo. E oggi (questa sì, è una mia opinione) produrre del cibo senza l’utilizzo di sostanze chimiche non è più sufficiente: è tempo di ragionare in termini di rigenerazione del suolo, optando per un’agricoltura che non si limiti a non immettere agenti inquinanti nel terreno, ma che pensi, piuttosto, a renderlo fertile, vivo, sano.

Per me, arrivati a questo punto, non inquinare non basta. È ora di restituire più di quanto prendiamo.

Olivia

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