Tre passi avanti e uno indietro: ridatemi la mia Berta

Con l’arrivo della Primavera (che ancora stiamo aspettando) avevo pensato bene di stilare una lista dei buoni propositi zero waste. Obiettivi chiari e semplici, molti dei quali ben riusciti (iniziare a preparare con maggiore frequenza snack senza plastica, per esempio. A breve, un post con le ricette). Altri, davvero difficili. O meglio, difficili per me.

Mi ero riproposta di fare una #nocarchallenge, effettivamente avvenuta. Ho abbandonato la mia cara vecchia Berta (la Panda), scegliendo di andare al lavoro con i mezzi. Inizialmente, è stata una mia decisione, poi una scelta obbligata: nel frattempo, infatti, ho avuto un piccolo incidente (fortunatamente, nulla di grave). E così, la mia Berta è finita dal carrozziere.

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(La mia Berta, dal carrozziere)

Oggi, finalmente, posso andare a riprenderla. In tutto, la mia sfida zero waste è durata dieci giorni. Dieci giorni in cui mi sono sentita stanca, stressata, di malumore. Frustrata. In poche parole: infelice.

Come ho spiegato più volte, per me il percorso zero waste è sinonimo di felicità, gioia, crescita personale. Un cammino consapevole che mi sta insegnando molto e in cui voglio continuare a credere con fermezza e convinzione. Non voglio associare lo zero waste a un sentimento di tristezza o insoddisfazione.

La maggior parte dei cambiamenti, dalla cosmesi ai prodotti per la pulizia della casa, dalla spesa alla rinuncia di alcune vecchie comodità, sono avvenuti con scioltezza e facilità. Intraprendere questa strada, per me, non è stato difficile. Compiere dei passi in avanti non mi è pesato particolarmente. Anzi, in molte occasione mi ha migliorato e facilitato la vita.

Ed è così che voglio continuare a vivermi lo zero waste. Con serenità. Sono disposta a rinunciare a dei prodotti, a modificare il mio stile di vita, ma non a essere infelice.

Che ci crediate o meno, stare senza la mia Berta mi ha reso triste. Intanto, una precisazione: vivo piuttosto lontana dall’ufficio, e lavoro in una zona che è poco servita (o meglio, ben collegata solo con alcune aree specifiche). Non starò qui a fare la solita filippica sul malfunzionamento dei mezzi pubblici a Roma (sicuramente, un punto a sfavore per la mia #nocarchallenge), voglio solo specificare che, per tornare a casa, in questi giorni ho impiegato mediamente più di un’ora. Con almeno tre cambi tra autobus e metro, dei pezzetti di camminata (e non di certo in aperta campagna, né di fronte al Colosseo), e tanti tragitti in autobus passati in piedi, schiacciata dalla mole di umanità sempre presente negli orari di punta.

Detto ciò, sono pienamente consapevole che ci sono intere famiglie che si muovono con i mezzi tutti i giorni, in condizioni anche più scomode, e per tempi molto più lunghi. Avendo, fortunatamente, la possibilità di usare la macchina ogni giorno, io ho capito di non essere tagliata per la vita da pendolare. Ripeto, mi rendo conto di essere fortunata a poter fare un discorso simile ed è ovvio che, se fossi costretta a farlo, non starei qui a lamentarmi.

Ci tengo a precisarlo perché non voglio che questo ragionamento passi per un capriccio né per la lagna di una bambina viziata. Ho abbandonato – e sto abbandonando – diversi aspetti che prima caratterizzavano la mia vita, e continuerò a farlo. Ma devo anche saper riconoscere i miei limiti, i miei difetti, i miei fallimenti. Senza cercare giustificazioni o scuse.

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La mia sfida senza macchina non è andata, prima di tutto perché a me piace guidare. Anzi, scusate: io amo guidare. In campagna così come in città, sì, anche in mezzo al traffico romano. Amo guidare con la mia musica in sottofondo, ascoltando le stazioni radio che preferisco, fermandomi a osservare il mondo che mi circonda. Amo le mie riflessioni in macchina (sì, sono una di quelle persone che mentre guida pensa ai massimi sistemi e ricorda le discussioni avvenute anni prima, rimuginandoci su), amo la mia solitudine in macchina.

Amo guidare con qualcuno al mio fianco, ma ancora di più da sola. Amo guidare in autostrada, diretta verso le mie montagne in Abruzzo, e amo guidare verso l’aeroporto, aspettando i miei cari di ritorno da un viaggio con un pezzo di pizza rossa ad accoglierli.

Amo guidare verso l’ufficio e fermarmi al mio forno di fiducia, a prendere il pane per la cena, pensando a ciò che preparerò, prendendo un pezzetto di pizza in più per la gioia di R., e anche la mia.

Lo so che guidare tutti i giorni non è proprio un’attività da ambientalisti. E so anche che, in fin dei conti, si tratta solo di un’abitudine, proprio come tutto il resto. Ma so anche che, se dovessi iniziare a sentirmi frustrata da questa mia scelta di vita, forse un giorno la abbandonerei. E questo proprio non posso permettermelo.

Quindi, sì, oggi la mia vecchia Berta torna a casa, dalla sua mamma (ho un legame speciale con Berta, come si può intuire: è stata la mia prima e unica macchina e insieme abbiamo affrontato diverse avventure. Infatti, la trovate spesso nei miei racconti).

Non sto dicendo che non prenderò più i mezzi pubblici, che non riproverò a fare a meno della macchina, magari per qualche giorno al mese, anziché due settimane: ma, per ora, lasciatemi godere questo momento. Perché abbandonare le vecchie abitudini è sacrosanto, ma è altrettanto giusto continuare a godersi i piccoli piaceri della vita.

Mia piccola vecchia Berta, la mamma sta arrivando!

Olivia

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