Manifestano per l’ambiente ma bevono dalle bottiglie di plastica. E quindi?

Si è parlato di contraddizioni. Tante contraddizioni.

Si è parlato di incongruenze, contrasti, paradossi. Di poca consapevolezza.

Li ho visti anche io quei ragazzi gettare a terra mozziconi di sigaretta o fazzoletti usati. Li ho sentiti parlare in televisione, intervistati dai giornalisti che non aspettavano altro che coglierli in castagna, fregarli, beccarli.

È stato fin troppo facile. Cos’è il buco dell’ozono? Silenzio. Ma anche questo cambiamento climatico, esattamente, cos’è? Di nuovo, lunghi silenzi, risatine nervose, qualche cazzata inventata lì per lì.

Intanto, stiamo parlando di pochi campioni su migliaia di persone presenti alla manifestazione. 100mila a Milano, 30mila a Roma, tanto per citare due grandi città.

Ora, sarò troppo ingenua, sciocca, romantica o speranzosa, ma faccio fatica a pensare che tutti i 100mila presenti fossero totalmente inconsapevoli. Qualcuno che sia perlomeno andato cercare su Google “Cambiamento climatico” ci sarà pure stato, no? Qualcuno che abbia letto uno di quei mille articoli su Greta Thunberg.

In qualsiasi caso, mi rifiuto di credere che lo sciopero fosse una scusa per saltare la scuola.

Ne stanno parlando in tanti, questi giorni. Come sempre, quando si tratta di manifestazioni, ancor più frequentemente se fatte da studenti, l’iter è sempre questo: grande coinvolgimento, supporto, stima, poi un iniziale dubbio, un sospetto, un primo campanello d’allarme, un tentennamento, una critica sussurrata che in poco tempo si trasforma in un grido allo scandalo.

Perché, al di là dell’argomento, bisogna sempre cercare un difetto, una pecca, un errore, uno sbaglio. Dobbiamo trovare del marcio a tutti i costi. Qualcosa di losco, un sotterfugio, una scusa, “lo hanno fatto solo per saltare la scuola”.

Ma davvero pensate che i ragazzi abbiano bisogno di una scusa per saltare la scuola? Ma non si è sempre fatto? Basta un’interrogazione in più, una giornata di sole, una comitiva formata all’ultimo e quasi per caso alla fermata dell’autobus: e via, verso il mare, lontano dai professori e le loro lezioni. Oppure si ricorre al grande “scusario” di sempre per restare a casa: finta malattia, finto mal di pancia, mal di testa, finto vomito, finti giramenti.

Ma davvero pensate ci sia bisogno di chiamare in causa il cambiamento climatico per saltare un giorno di scuola?

Secondo me, questi giovinotti li stiamo un po’ sottovalutando.

E poi, se anche fosse… sarebbe davvero così grave? Sono scesi nelle piazze urlando frasi di cui forse comprendevano poco il significato, mostrando cartelloni pieni zeppi di nastro adesivo, glitter, microplastiche in tutte le forme, scritti con i pennarelli in plastica e probabilmente con chissà quanta carta inutilmente sprecata. E hanno gridato, hanno cantato, e sì, si saranno pure fatti qualche canna, magari, godendosi il sole di un venerdì mattina in pieno centro, insieme a un gruppo di persone conosciute e milioni di estranei con cui condividevano un ideale ancora poco chiaro.

E quindi?

Hanno parlato di cambiamento climatico, rinfrescandosi poi con le loro bottigliette d’acqua, mangiando le loro merendine confezionate oppure fermandosi al Mc Donald’s per rifocillarsi.

E quindi?

Sono usciti di casa di buon’ora, allegri e contenti all’idea di saltare la scuola e trascorrere una giornata a urlare per le vie del centro storico, una buona occasione per ridere con gli amici, fumare quelle sigarette di nascosto, farsi pure una birra, o magari provarci finalmente con la ragazza della classe accanto.

E quindi?

Ho visto dei ragazzi provenienti dalla manifestazione sul trenino che da Roma porta a Ostia Lido, al mare. Si saranno svegliati presto per salire su quei vagoni che somigliano più a dei carri bestiame, con la gente accalcata che quasi ti toglie il respiro. Avranno fatto come minimo un cambio e poi un po’ di strada a piedi. Avranno atteso i tempi dei mezzi pubblici romani, prima di arrivare, finalmente, alla manifestazione.

Le ragazze erano truccate di azzurro sugli occhi. Una si era disegnata due goccioline d’acqua sulla guancia e un’altra una foglia verde. Il ragazzo reggeva un cartellino piccolo, fatto con un pezzo di vecchio cartone, con la scritta “It’s not cool” e qualche scarabocchio verde e azzurro intorno. Li ho sentiti parlare dell’uscita serale, di quello che avrebbero fatto dopo, dei compagni di scuola. Saranno tornati alla loro vita quotidiana e magari oggi neanche ci pensano più a quel venerdì. Magari, dopo la protesta, sono andati in spiaggia a farsi un tè freddo in bottiglia di plastica.

Io non ho manifestato né partecipato ad alcuna iniziativa perché quel giorno avevo l’estrazione del dente del giudizio. E se pure avessi potuto, forse non sarei andata. Forse avrei preferito lasciare agli studenti questo giorno di pura follia, gioia, di grida e condivisione.

Di poca consapevolezza, forse, ma senza dubbio di grande entusiasmo.

Se lo sciopero fosse stato fatto ai miei tempi (detto così, sembro una vecchia babbiona, intendo solo i tempi scolastici), anche io mi sarei buttata in piazza, pur capendone poco. Riesco a immaginarmi perfettamente insieme al mio migliore amico, a ridere e scherzare come sempre, a prenderci in giro dicendoci “ma poi ‘sto cambiamento climatico, ma che è?”.

Probabilmente, mi sarei comportata così. O forse mia mamma, al tempo, non me l’avrebbe permesso. Forse io stessa non avrei voluto, forse non ne avrei colto l’opportunità.

Di una cosa sono certa: se l’avessi fatto, avrei riso, scherzato, e credo non avrei saputo rispondere alle domande dei giornalisti. Avrei, senza dubbio, fumato le mie sigarette al riparo dallo sguardo di professori e genitori, e me le sarei godute. Tanto.

Ma lo sciopero non è stato fatto al mio tempo. È stato fatto ora. E oggi, di cambiamento climatico, inquinamento da plastica, scioglimento di ghiacciai e così via, se ne sente parlare ovunque. Non serve studiare, non serve leggere i giornali: basta aprire i social network. Certo, non è sufficiente, tutt’altro: ma non venitemi a dire che non ne hanno mai sentito parlare.

Io, alla loro età, non ne avevo mai sentito parlare. Non loro.

Certo, magari non tutti poi cominceranno a informarsi seriamente, magari “cambiamento climatico” resterà solo una parola a cui si associa un qualcosa di negativo, pur non sapendo bene di cosa si tratta.

E quindi?

Quindi, va bene così.

Va bene anche così, anche con le sigarette, con i panini del Mc Donald’s, con le risposte tentennanti.

Va bene tutto, perché noi, alla loro età, non facevamo niente.

Ed è ora di smetterla di cercare un motivo di criticare a tutti i costi i più piccoli, i più giovani, quelli che noi reputiamo più inconsapevoli.

Loro sono scesi in piazza e hanno gridato, hanno cantato e hanno riso, hanno protestato e fumato, fatto sentire la propria voce e bevuto dalle loro bottigliette di plastica.

E io, mentre vedevo le loro foto nella sala d’attesa del dentista, ho desiderato intensamente unirmi a loro. Per sorridere e farci i selfie, scherzare ed esibire cartelloni per niente ecologici.

E magari, presa dall’euforia, mi sarei pure fumata una sigaretta con questo ammasso di umanità straordinaria.

Quindi, sì, spero che possano poi interessarsi di più all’argomento e diventare più consapevoli, protestare con maggiore sicurezza e cognizione di causa. Gli auguro di intraprendere un percorso di crescita ecologica, di innamorarsi davvero della natura e comprenderne i problemi. Ma ancora di più, auguro loro di non perdere mai questo entusiasmo.

Quindi, per ora, va bene anche così.

Olivia 

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