Perché sei tornata in Italia?

Perché sono cazzi miei.

Questa, per me, è l’unica risposta plausibile (chi ha letto il mio ultimo post “Elogio alle parolacce”, sa già che, a tratti, sento la necessità di tirare fuori la principessa che è in me). Ma poiché occorre essere pazienti, sensibili, empatici, coccolosi e così via, allora mi fermo, sorrido, prendo fiato e racconto. Tutto da capo.

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Non starò qui a scrivervi tutta la storia, perché non è questo il punto. Vi basti sapere che ho vissuto per tre anni (ovvero tutto il periodo universitario) a Londra: tre anni intensi, pregni di emozioni, brandelli di vita, esperienze, prese di coscienza, compagnie, sbronze e risate, lacrime e solitudine, malinconia e nostalgia, gioia e dolore. Insomma, tre anni pieni. Stracolmi. Forse troppo. Forse, semplicemente, a un tratto questa ondata di emozioni travolgenti, momenti di riflessione, scoperta del nuovo, del diverso ma soprattutto di me stessa, ha straripato. E io non sono riuscita a contenerla.

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Sono stati tre anni bellissimi ma anche difficili. Tre anni che ricordo con tenerezza, commozione, senso di nostalgia ma anche un po’ di inquietudine e sì, pure rabbia. Ma non starò qui a spiegarvi il motivo.

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Dicevamo, perché sono tornata? Perché la vita, alle volte, ti coglie di sorpresa. Perché il destino, che ci crediate o meno, ogni tanto sa essere davvero il nostro più fedele alleato. L’amico che sa già cosa ti aspetta ma non vuole rovinarti il gran finale. E allora ti prende per mano, ti ci accompagna attraversando la strada meno battuta, la meno sospetta, la meno illuminata. Quella che alla fine ti riserva la più belle delle avventure: l’amore. Per la vita, te stessa, e poi, solo infine, per l’altro.

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Il percorso che mi ha riportato a Roma è piuttosto tortuoso, una serie di coincidenze infinite che non mi aspettavo. Ma in cui speravo. E me ne sono resa conto solo nel momento in cui ho preso coscienza che sarei tornata qui, nel momento in cui l’ho detto ad alta voce. Solo allora ho capito quanto in fondo ci tenessi.

Sono tornata per tanti motivi, ma uno fra tutti: volevo farlo.

Perché, quindi, mi arrabbio a questa domanda? Per il modo in cui viene posta nella maggior parte dei casi. Quel tono accusatorio, quasi fosse un qualcosa di cui vergognarsi, quel modo arrogante di fare (che tantissime volte appartenente a persone che un trasferimento all’estero non lo hanno mai neanche preso in considerazione), quella supponenza e quell’esterofilia tutta italiana, che vorrei tutti riuscissero una volta per tutte a vedere per ciò che realmente è: solo un altro modo di essere provinciali.

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Mi arrabbio perché, soprattutto all’inizio, tanti mi hanno fatta sentire in colpa. In colpa di essere tornata in Italia, nel mio Paese, a cercare di intraprendere la strada che avevo capito essere la mia. Che volevo fosse la mia. Sono tornata per mille motivi e, se non l’avessi mai fatto, oggi non sarei la persona che sono diventata.

Non avrei imparato l’arte di aspettare (e il talento di mandare a fanculo), non avrei ritrovato tanti piccoli brandelli di felicità che avevo perso lungo il cammino, attimi e sguardi, sospiri e grida, emozioni che durano un secondo ma che ti restano incollate dentro. Non avrei compreso l’importanza della leggerezza, ben diversa da quella che ho sempre considerato essere superficialità, e percepito per la prima volta la bellezza della banalità, della monotonia, della quotidianità.

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Non avrei mai smesso di correre senza sosta, senza una meta, senza un perché, alla continua ricerca di un qualcosa che non ho ancora capito bene cosa fosse.

Sarei stata meglio, forse. Avrei avuto una vita più facile, più scorrevole, più comoda. Ci tornerò mai? Forse sì, non lo escludo. A Londra così come a Berlino, Parigi, Amburgo: potrei andare a vivere in una qualsiasi città straniera, ora. Ma solo adesso, con il piccolo prezioso bagaglio che mi sono costruita, e la consapevolezza di quanto ancora ci sia da scoprire.

Solo ora, dopo che sono tornata.

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Se non l’avessi fatto, avrei guadagnato sicuramente di più e faticato meno per ottenere uno straccio di contratto decente. Avrei vissuto in una casa più grande e avrei imparato, nel frattempo, altre lingue.

Ma non sarei arrivata a essere ciò che sono ora: felice.

Olivia

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